martedì 4 maggio 2010

Lo svuotamento dell’Etica, ovvero l’Etica del Fare

Seguiranno alcune mie considerazioni sulla vacuità e contraddittorietà del concetto dell’Etica del Fare.

- L'etica (dal greco antico εθος (o ήθος), èthos, "carattere", "comportamento", "costume", "consuetudine") è quella branca della filosofia che studia i fondamenti oggettivi e razionali che permettono di assegnare ai comportamenti umani uno status deontico (dal verbo greco "to dèon", che significa dovere) ovvero distinguerli in buoni, giusti, o moralmente leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti cattivi o moralmente inappropriati (fonte Wikipedia).

- Il fare assume eticità se corrispondente ai buoni principi.

- Non esiste Etica che si sostanzi con il semplice attivismo del “fare”, in quanto il fare stesso può avvicinarsi o allontanarsi dall’etica stessa.

- L’Etica avvalora il fare e non viceversa. L’Etica del fare svuota l’essenza stessa dell’Etica e annulla la possibilità di giudicare le attività compiute.

- La politica che adotta come unico riferimento valoriale l’Etica del fare, annulla il giudizio su di sé, abdica ad enti esterni la generazione dei principi etici e l'elaborazione di giudizi morali.

- L’Etica del fare è pericolosa quanto la cultura dell’immobilismo, perché non è prevedibile negli aspetti attuativi.

- Il livello di responsabilità individuale, elemento fondamentale dei responsabili di governo di una società, è potenziato e reso efficace dalla massimizzazione della condivisione dell’Etica e dalla sua forza moralizzatrice.

- Origine del buon governo sono:
  • l’Etica, da cui derivano il senso di responsabilità degli individui (che garantiscono massimamente il presupposto del buongoverno);
  • la divulgazione e condivisione dei principi etici che permettono di creare indignazione se mistificati;
  • l'implementazione di strumenti di controllo capaci di evidenziare e pubblicizzare chi si discosta dai principi etici.

- L’Etica del fare è vuota di significati ed elemento di disintegrazione della società.

lunedì 19 aprile 2010

Concetto evolvente di Nazione, in risposta alla conflittualità intrinseca del federalismo

“British jobs for british workers”. Questo era il motto di una protesta di operai di qualche mese fa in Gran Bretagna, con oggetto l’assegnazione di appalti in terra inglese da parte dell’azienda Total all’italiana Irem, che avrebbe dato lavoro ad italiani a scapito di operai inglesi.

Non intendo ora soffermarmi su quanto successo nel Lincolnshire (Inghilterra del Nord) ma utilizzare questo fatto di cronaca come spunto per una ulteriore riflessione: la protesta degli operai inglesi era focalizzata sul fatto che fossero state favorite delle entità (azienda ed operai) esterne al concetto di gruppo di appartenenza (in questo caso la Nazione Inglese); gruppo che rispetta logiche interne di ridistribuzione e che pertanto rende accettabile una disparità economica fra membri interni.

Il concetto di Nazione, che in questa accezione definirei sinonimo di Comunità Socio/ Economica, ha dunque contribuito a creare solidarietà fra i membri interni e chiusura verso gli elementi esterni per ragioni di fatto economiche.

Ora pensiamo alla situazione italiana, in cui evapora sempre più il senso di appartenenza alla Nazione ed esplodono forti i ruggiti di localismo tesi a porzionare lo stato italiano in parti di pari valore etico rispetto all’intero. Anzi, alla frazione vengono attribuiti maggiori significati etici e maggiore valenza identitaria.

In Italia si sta dunque restringendo geograficamente il concetto di Comunità, ovvero di partecipanti allo stesso gruppo di solidarietà economica e sociale. Chi è dunque il vicino in Italia? Chi costituisce il gruppo di individui con pari diritti?

Le spinte federaliste, che hanno come effetto il restringimento delle comunità di simili, contribuiscono a creare centinaia di elementi sociali disomogenei e potenzialmente conflittuali. Il nostro federalismo potrebbe produrre, se mal gestito, alla protesta del tipo “Lavoro veneto ai lavoratori veneti” o meglio ancora “Lavoro padovano a lavoratori padovani” e così via.

Cosa non funziona, dunque, in questo modello di federalismo? Quali sono gli elementi che devono essere sviluppati affinché il frazionamento federale porti effetti positivi all’insieme complessivo delle Comunità?

La risposta sta nel concetto di Nazione, di unione delle Comunità, nei valori che questo deve rappresentare e nella forza con cui deve essere comunicato e sostenuto. La Nazione diventa dunque lo strumento (inteso come serbatoio di valori etici e strumenti economico/sociali) che agisce come elemento di integrazione e riomogeneizzazione contrapposto alle spinte frazionatrici del federalismo.

Al concetto di Nazione, dunque, devono essere riagganciati gli elementi di contrasto agli aspetti di potenziale conflittualità e destabilizzazione insiti nel federalismo, in un’ottica di ricerca ed aggiornamento continuo.

La Nazione (intesa come elemento che nel tempo potrà inglobare più Stati, pensiamo alla Comunità Europea) dovrà essere rappresentazione dei valori di giustizia sociale, di uguaglianza, possedere meccanismi di ripartizione del reddito oltreché emanare politiche di riferimento per il governo della sicurezza. Dovrà gestire quelle attività che non demandabili alle singole parti perché potenzialmente non ricombinabili (sicurezza militare).

Il federalismo ha dunque urgente bisogno del supporto dell’elemento stesso di cui è frazionatore. Nazione e federalismo sono concetti fluidi nella geometria spaziale ma complementari e non autosufficienti dal punto di vista organizzativo.

sabato 17 aprile 2010

Primo tentativo di sintesi

Ciao a tutti.

Ho deciso anch'io di contribuire in modo attivo, anzi... proattivo, come si dice nella consulenza quando si intende un atteggiamento anticipatorio piuttosto che reattivo. Tenterò di produrre riflessioni all'attenzione dei miei futuri lettori e commentatori, senza accodarmi a considerazioni e temi di altri, come già fatto spesso sull'web.

Sono qui per partecipare.

Scendo anch'io in campo, cercando di portare nel quadro delle considerazioni socio/politiche un contributo non certamente intelligente (sarà il lettore a stabilirlo), ma sicuramente libero (per questo pretendo di garantire io).

Cercherò di portare un po' di sintesi nel panorama delle considerazioni sparse, in cui si dimenticano le ragioni delle dinamiche sistemiche perché incapaci o frettolosi nell'elaborazione dell'analisi. Cercherò di ricollegare i valori fondativi della nostra etica, spesso condivisa, alle conclusioni raggiunte, mettendo in evidenza contraddizioni logiche profonde e non banali (per questo non evidenti) frequentissime nel nostro linguaggio.

Vorrei che questo spazio diventasse, sia per me che per i miei futuri (eventuali) lettori, uno spazio elaborativo, un nuovo tentativo collaborativo di sintesi.

Ho sempre combattuto molte battaglie nella mia vita, questo sarà un luogo in cui queste prenderanno forma dialettica e miglioreranno grazie al vostro contributo.

A presto,
Giulio