lunedì 19 aprile 2010

Concetto evolvente di Nazione, in risposta alla conflittualità intrinseca del federalismo

“British jobs for british workers”. Questo era il motto di una protesta di operai di qualche mese fa in Gran Bretagna, con oggetto l’assegnazione di appalti in terra inglese da parte dell’azienda Total all’italiana Irem, che avrebbe dato lavoro ad italiani a scapito di operai inglesi.

Non intendo ora soffermarmi su quanto successo nel Lincolnshire (Inghilterra del Nord) ma utilizzare questo fatto di cronaca come spunto per una ulteriore riflessione: la protesta degli operai inglesi era focalizzata sul fatto che fossero state favorite delle entità (azienda ed operai) esterne al concetto di gruppo di appartenenza (in questo caso la Nazione Inglese); gruppo che rispetta logiche interne di ridistribuzione e che pertanto rende accettabile una disparità economica fra membri interni.

Il concetto di Nazione, che in questa accezione definirei sinonimo di Comunità Socio/ Economica, ha dunque contribuito a creare solidarietà fra i membri interni e chiusura verso gli elementi esterni per ragioni di fatto economiche.

Ora pensiamo alla situazione italiana, in cui evapora sempre più il senso di appartenenza alla Nazione ed esplodono forti i ruggiti di localismo tesi a porzionare lo stato italiano in parti di pari valore etico rispetto all’intero. Anzi, alla frazione vengono attribuiti maggiori significati etici e maggiore valenza identitaria.

In Italia si sta dunque restringendo geograficamente il concetto di Comunità, ovvero di partecipanti allo stesso gruppo di solidarietà economica e sociale. Chi è dunque il vicino in Italia? Chi costituisce il gruppo di individui con pari diritti?

Le spinte federaliste, che hanno come effetto il restringimento delle comunità di simili, contribuiscono a creare centinaia di elementi sociali disomogenei e potenzialmente conflittuali. Il nostro federalismo potrebbe produrre, se mal gestito, alla protesta del tipo “Lavoro veneto ai lavoratori veneti” o meglio ancora “Lavoro padovano a lavoratori padovani” e così via.

Cosa non funziona, dunque, in questo modello di federalismo? Quali sono gli elementi che devono essere sviluppati affinché il frazionamento federale porti effetti positivi all’insieme complessivo delle Comunità?

La risposta sta nel concetto di Nazione, di unione delle Comunità, nei valori che questo deve rappresentare e nella forza con cui deve essere comunicato e sostenuto. La Nazione diventa dunque lo strumento (inteso come serbatoio di valori etici e strumenti economico/sociali) che agisce come elemento di integrazione e riomogeneizzazione contrapposto alle spinte frazionatrici del federalismo.

Al concetto di Nazione, dunque, devono essere riagganciati gli elementi di contrasto agli aspetti di potenziale conflittualità e destabilizzazione insiti nel federalismo, in un’ottica di ricerca ed aggiornamento continuo.

La Nazione (intesa come elemento che nel tempo potrà inglobare più Stati, pensiamo alla Comunità Europea) dovrà essere rappresentazione dei valori di giustizia sociale, di uguaglianza, possedere meccanismi di ripartizione del reddito oltreché emanare politiche di riferimento per il governo della sicurezza. Dovrà gestire quelle attività che non demandabili alle singole parti perché potenzialmente non ricombinabili (sicurezza militare).

Il federalismo ha dunque urgente bisogno del supporto dell’elemento stesso di cui è frazionatore. Nazione e federalismo sono concetti fluidi nella geometria spaziale ma complementari e non autosufficienti dal punto di vista organizzativo.

2 commenti:

  1. Forse c'è bisogno di tornare al federalismo (tornare a una situazione pre unità d'Italia), perché c'è incapacità di gestire la complessità di uno stato intero e di gestire spinte diverse.

    Forse c'è bisogno di andare al federalismo per garantire posti di potere (sempre meno potenti).

    Forse c'è bisogno di spingere il federalismo, per necessità di equilibri politici.

    Riflettevo sulla necessità che ha una società grande con milioni di abitanti di punire comportamenti iniqui e stavo riflettendo sulla scarsa propensione italiana a punire tali comportamenti.
    Solitamente se le norme sociali non sono in grado di aggredire tali comportamenti, le società si disgregano in gruppi più piccoli. Infatti solo gruppi piccoli riescono a sostenere comportamenti-transazioni che non sono mutualmente favorevoli. E solo norme sociali che difendono entrambi gli attori punendo comportamenti iniqui creano i presupposti alle società di allargarsi.

    è un altro schema di lettura per ciò che accade nel nostro sistema sociale
    che ne pensi?

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  2. Secondo me c'è un forte abuso del concetto di federalismo e della ipotetica necessità (data quasi per certa) per la liberazione dai mali della politica italiana e della gestione della Pubblica Amministrazione.

    Senza ombra di dubbio una minore distribuzione del gettito fiscale verso le regioni con minore PIL/capite agevolerà le casse delle regioni più ricche con effetti sensibili per la popolazione.

    Ma è veramente questo il nostro obiettivo? E' veramente questo l’unico scopo che deve prefiggersi una forza politica?!

    Ma oltre ad un indubbio arricchimento delle regioni del Nord (da valutare poi anche gli aspetti etici), siamo sicuri che basti il federalismo per migliorare la gestione del denaro pubblico? Pensiamo veramente che il federalismo sarà la medicina per sconfiggere la corruzione, il clientelismo, il nepotismo di questo paese? Abbiamo l’esempio lampante di una situazione nazionale di declino e contestualmente un governo in carica che vince le elezioni… siamo dunque sicuri che l’elettorato sarà in grado di selezionare la classe dirigente sulla base dei risultati?!

    Direi proprio di no. A parer mio il problema è un altro e l’obiettivo da perseguire è un po’ più in là, un po’ nascosto, ma ritengo doveroso fare uno sforzo per provare a focalizzarlo.

    Come già anticipato, il problema dell’Italia è legato all’affievolirsi del senso di legalità, di etica, al nepotismo dilagante, alla mancanza di merito nella selezione della classe politica e di riflesso nella selezione della classe dirigente delle Pubbliche Amministrazioni nazionali, regionali e locali. Questo produce una gestione poco efficace ed efficiente delle risorse pubbliche.

    Penso che il federalismo altro non faccia che aumentare il numero dei centri di poteri e di conseguenza il rischio di incrementare le inefficienze complessive nella gestione pubblica.

    Se ricordi, il federalismo era un’arma dialettica usata da un partito politico del nord come bandiera (inizialmente assieme al termine “Secessione”) per convincere in maniera molto facile le folle, tramite una ancor più semplice equazione: se i soldi restano dove vengono generati (e quindi nelle regioni del nord) la gente del nord sarà più ricca. Nulla di più logico. Il federalismo (e aggiungo anche la Secessione) era usato come arma politica ad effetto per riuscire a raccogliere facile consenso in un sistema politico che vedeva Roma come centro di sperpero piuttosto che di sana gestione (si veda incremento stellare del debito pubblico negli anni ’80).

    Concludo. Siamo sicuri che un Italia gestita in maniera diversa non avrebbe ridotto naturalmente lo sviluppo di una forza populista come la Lega e delle sue istanze politiche? Siamo sicuri, poi, che il federalismo sia davvero lo strumento che porterà efficienza nella politica e nella Pubblica Amministrazione? Siamo sicuri che il federalismo sia una leva strategica per vincere le sfide competitive internazionali? Siamo sicuri che non esistano altre strade, magari più diritte, per ottenere i nostri obiettivi?

    Io una soluzione l’avrei… e si chiama libera informazione.

    Ma qui si apre un altro lunghissimo capitolo.

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